Se Israele scommette sull'Isis
Segnalo
questo articolo apparso ieri sul sito di Famiglia Cristiana a firma del
vicedirettore Fulvio Scaglione:
http://www.famigliacristiana.it/blogpost/se-israele-scommette-sull-isis.aspx
Se Israele scommette sull'Isis
L'articolo, con diversi istruttivi riferimenti a fonti israeliane relativi a
fatti ignorati dalla stampa italiana, ha - come appare già dal titolo - una
posizione netta sul ruolo di Israele.
Questo, tenendo conto dell'abituale moderazione del settimanale cattolico, è
significativo.
A predisporre gli israeliani a non temere l'ISIS ci aveva comunque pensato già
lo scorso 3 settembre Yediot Ahronot ospitando questo articolo firmato
dal tenente colonnelo della riserva Amos Yadlin, già nel direttorato
dell'intelligence militare dell'IDF:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4567128,00.html
ISIS is no existential threat to Israel
[ L'ISIS non è una minaccia all'esistenza di Israele ]
Raffaele Simonetti
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23 giugno 2015
Fulvio Scaglione
Vicedirettore di Famiglia Cristiana
"Per Israele si avvicina
il momento della verità?". Davvero la situazione è così drammatica come
sembra descriverla il titolo
di Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano
del Paese? Certo è che
le incognite di certe scelte strategiche si avverte oggi come non mai. Nel
conflitto permanente tra Paesi arabi sunniti e Paesi sciiti che tormenta il
Medio Oriente, Israele si è schierato con i primi e su
questa opzione, in buona sostanza basata sull'ossessione per il pericolo
rappresentato dall'Iran, il premier Netanyahu ha fondato la propria politica
estera. Con ancor più convinzione e frenesia da quando gli Usa di Obama hanno
cominciato a trattare con gli ayatollah per regolare la questione del nucleare.
Anche con la guerra in Siria alle porte del
Golan, e con il rischio che Al Nusra, l'Isis e le
altre formazioni del terrorismo islamico prendessero sempre più piede, Israele non ha cambiato strategia. Al
contrario, ha semmai stretto ancor più i legami con l'Arabia Saudita, che delle formazioni armate che operano in Siria
è stata a lungo ispiratrice e finanziatrice, e con alcuni dei Paesi che sono poi
intervenuti anche in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi. In Siria, Israele
non è mai intervenuta, se non con qualche incursione molto mirata e rivolta non
contro Al Nusra o l'Isis ma contro i convogli degli Hezbollah (schierati con
Assad), riuscendo pure ad ammazzare un generale iraniano che con i miliziani
libanesi stava compiendo una ricognizione sul fronte Sud della guerra civile.
La cosa va avanti da tempo. Ed è chiaro che, tra
la vittoria dei terroristi islamici e la sopravvivenza di Assad in Siria,
Israele opta per la prima ipotesi. Forse perché rassicurato dalla solita
Arabia Saudita, che
non ha mai tagliato i ponti con le formazioni armate anti-Assad, sul fatto che
un futuro regime sunnita, per quanto estremista, sarà incline ad accordarsi coi
vicini che non siano l'Iraq filo-sciita? Forse nella
speranza che il crollo della Siria di Assad, ormai preventivato da molti, gli offra il modo di allargare ancora
la zona del Golan sotto il suo controllo?
Difficile rispondere, ma la sostanza non cambia:
per Israele è "meglio" Al Nusra di Assad. Quindi, perché certi titoli
allarmistici come quello di Yediot Ahronot? Il problema
ha un nome: drusi. I drusi, una particolare componente dell'intricato mondo
islamico, sono circa un milione e mezzo. Circa 120 mila di loro vivono in Israele,
cittadini fedeli allo Stato ebraico, soldati coraggiosi di Tsahal e così via. Ma assai più numerosi sono i
drusi che vivono in Siria, appena oltre il confine con Israele, spesso solo
rami diversi delle stesse famiglie di quelli che hanno il passaporto dello
Stato ebraico. I drusi di Siria, rimasti fedeli ad Assad, si sentono ormai
minacciati dalle milizie di Al Nusra che controllano il Sud e da quelle
dell'Isis che controllano l'Est. Detto in poche parole, temono di fare la fine
degli yazidi o dei cristiani dell'Iraq: conversioni forzate (gli estremisti
islamici li considerano eretici), esecuzioni sommarie, rapimenti, fuga verso un
esilio senza fine. E la politica di Israele, così "tenera" nei
confronti dei terroristi islamici, ai drusi piace poco.
Piace poco anche ai drusi che vivono in Israele.
Ed è stato proprio un giovane soldato druso, Hillah Chalabi, 19 anni, di stanza
nel Golan, denunciare i contatti tra le truppe israeliane e le milizie di
Al Nusra, il passaggio di rifornimenti, i miliziani di Al Nusra trasportati in
Israele per essere curati. Hillal
è ovviamente finito in prigione ma nei villaggi drusi il fermento cresce:
un'ambulanza dell'esercito israeliano che portava due siriani feriti,
considerati "soldati" di Al Nusra, è stata
attaccata dalla popolazione a Majdal Shams e uno dei due siriani ucciso prima
dell'intervento della polizia.
Queste e altre storie sono poi finite sulla stampa
internazionale (per esempio, Newsweek ha raccontato la vicenda di Hillal), a conferma di quanto peraltro già sostenuto
in recenti rapporti dei peacekeeper dell'Onu di stanza nel Golan: e cioè di
regolari contatti tra la forze armate israeliane e miliziani armati provenienti
dalla Siria. Drusi a
parte, tutto questo se non altro dimostra che Israele, dipinto da molti come un
piccolo Stato minacciato di estinzione, gioca la partita politica con
consapevolezza e fiducia nella propria forza degne di una potenza regionale.Quale
in effetti Israele è. L'unica vera potenza del Medio Oriente.